Di che cosa è fatto l'amore verso i figli?
È fatto di sollecitudine (riguardo, cura).
Spesso i genitori ad un minimo sussulto del piccolo o al fruscio di coperte si svegliano,
sobbalzano e tendono l'orecchio per capire se il figlio abbia bisogno di qualcosa, durante la notte.
Di presenza: io sto con te. Quando sono con te sono attento ai tuoi bisogni, ai tuoi pensieri.
Spesso i bambini piccoli mentre giocano o svolgono attività si rivolgono a noi chiedendoci:
"Mi guardi? Mi hai guardato?" In quel momento il guardare richiesto dal bambino
non è solo il gesto di vedere con gli occhi, ma di essere lì con lui e per lui, presenti.
Qualche volta, quando i nostri pensieri sono molti è difficile ritagliare del tempo in cui si è presenti
fino in fondo con i figli, si è distratti, deconcentrati.
Quando urlano più forte o ripetitivamente allora ci distogliamo dal corso dei nostri pensieri e preoccupazioni,
per ricadervi appena il segnale si attenua.
Funzioniamo un po' ad intermittenza. Pur riconoscendo l'importanza dell'accudimento sostitutivo,
ritengo che sia necessario dedicare tempo e presenza ai figli, pensiero e azione, sempre coerenti.
Osservarli, se sono piccoli, quando giocano e mettono in scena i loro personaggi.
Impariamo tante cose ascoltando i dialoghi che i bambini fanno recitare alle loro bambole e pupazzi.
Impariamo come rappresentano il mondo, come interpretano i nostri insegnamenti,
come drammatizzano le loro paure. Quando sono grandi la presenza richiesta è diversa.
Gli adolescenti possono a tratti chiederci pareri, colloquiare, confrontarsi, scontrarsi,
per poi ricadere nel loro mondo. Mentre i bambini piccoli sono più tenaci nel chiederci la presenza,
gli adolescenti, se si accorgono che non c'è questa disponibilità, la ricercano maggiormente altrove,
fuori casa. Con loro è importante la giusta distanza, non troppo invadenti, ma neanche troppo assenti.
Non ci piacerà poi ritrovarci davanti ai nostri figli ventenni a pronunciare frasi del tipo:
"Questa casa è un albergo per te!"
Inoltre occorre riflettere se la presenza oltre una certa età debba svilupparsi in altro modo
e cioè con l'incoraggiare i figli a lasciare il nido e crearsi una vita loro.
Di cura: mi preoccupo di dargli da mangiare, da bere, le medicine se malato.
Insomma tutto quanto concerne il buon funzionamento delle sue funzioni vitali
(mandarlo a letto presto, se il mattino dopo deve andare a scuola e così via).
Anche qui sembra scontato, perché tutti risponderebbero di non far mancare nulla ai loro figli.
Abbiamo la fortuna di vivere in una società in cui la preoccupazione per la pura sopravvivenza
nella stragrande maggioranza della popolazione non c'è.
Rifletto però su alcuni esempi che mi è capitato di incontrare nella mia attività professionale.
Abbiamo cura di un bambino quando gli permettiamo di fare la sua vita di bambino, che può comportare,
ad esempio, fare i compiti il pomeriggio, andare a letto presto la sera, favorire un buon sonno nel suo letto
o meglio ancora nella sua camera, se possibile, giocare, muoversi, ascoltare gli insegnamenti,
rispettare le regole.
Se la sera ad esempio, cerchiamo di compensare le nostre presunte carenze di genitori,
permettendo loro di rimanere alzati fino a tardi, guardare film non sempre consoni alla loro età,
metterli nel nostro letto perché non li abbiamo visti tutto il giorno e vogliamo coccolarli o sentirli vicini,
riflettiamo che stiamo operando una condotta egoistica.
Chiediamo ai figli di adattarsi a noi. Li amiamo molto, questo è fuori di dubbio,
ma credo che in quel momento prevalga il nostro bisogno e le nostre paure.
Di sostegno: nel corso della loro esistenza i figli hanno bisogno di allenarsi ad esercitare
delle scelte, individuali, personali. É importante a mio avviso, sostenere in loro la capacità di giudizio,
di scelta, per permettere loro di maturare come soggetti autonomi, diversi dai genitori.
Il sostegno della madre e del padre, fa sì che il bambino o ragazzo, osi,
si addentri in terreni non conosciuti, faccia esperienze personali e ambientali nuove,
sperimenti relazioni diverse, consapevole che anche lo sbaglio sarà un'esperienza
che lo porterà ad un livello maggiore di maturazione.
Non si può negare che, talvolta, nuove esperienze comportino paura ed ansia,
ma si può infondere nel figlio la fiducia che non c'è nulla di così pauroso da non poter essere affrontato.
Questo atteggiamento comporta che i genitori maturino a loro volta e lascino
i figli liberi di vivere le loro esperienze e non li vincolino alle loro paure o aspettative o frustrazioni.
É come dire:
"Vai puoi farcela e se avrai bisogno di noi, noi saremo qui. Valuta bene e poi vai."
Le nostre famiglie vivono un paradosso: si cerca di inserire presto i figli in strutture comunitarie
che svolgano il ruolo di sostituti, per poi però ritrovare gli stessi ragazzi, cresciuti,
in casa con noi fino ad età avanzata.
Sembrerebbe che proprio noi genitori non siamo in grado di dar loro la spinta all'autonomia.
É vero che la situazione economica è difficile, i lavori sono precari, ma io
mi chiedo quanto possano incidere i nostri sensi di colpa pregressi in tutto ciò;
che cosa ci trattenga dal favorire il loro distacco.
É possibile che si pensi che questi ragazzi non possano farcela senza di noi
e che quindi sia meglio aspettare che maturino ancora un po'?
Pensiamo spesso però, che non siano in grado di sopravvivere fuori dal nido alle condizioni nostre,
ovvero di persone che hanno almeno il doppio dei loro anni e che nel corso di
tutto questo tempo hanno costruito quanto posseggono e quanto sono.
Così facendo limitiamo la loro vita. Essi passano dall'adolescenza alla maturità,
senza giovinezza, età adulta. Ai figli serve sapere che si può provare a crescere senza la rete,
senza i genitori sempre alle spalle. Serve saper proseguire la loro vita con una propria responsabilità.
Queste ultime righe introducono un'altro importante ingrediente:
il riconoscimento.
Lui è diverso da me e in quanto tale devo permettergli di essere libero di essere sé stesso.
E questo si collega strettamente con l'accettazione: lui è diverso da me e lo amo con i suoi pregi
e difetti. Qui sì che entra in gioco l'amore gratuito! Fin da subito.
Fin da quando cerco di trovare il modo migliore per soddisfare i suoi bisogni di bambino e
le mie esigenze di genitore, fino a quando sceglierà il cammino da seguire.
Tutti questi presupposti faranno sì che il bambino percorra la sua strada,
che per un tratto sarà strettamente legata a me, ma poi sarà la sua e solo la sua strada.
Se avrà sperimentato e appreso questi presupposti dai propri genitori li porterà con sé
per poi poterli trasmettere a sua volta quando sarà o padre o madre.
É difficile ma questo è, per me, amare senza aspettarsi nulla in cambio e metterlo in pratica.
Questo è veramente l'amore che rende liberi chi lo dona e chi lo riceve.
E infine amore è insegnare la Speranza, la Pazienza, la Fiducia, il Perdono,
ma per insegnarle dobbiamo prima di tutto conoscerle e metterle in atto noi stessi.
La psicopedagogia o psicologia dell'educazione è una scienza che studia l'educazione
dal punto di vista psichico o psicologico.
Come posso manifestare l’amore?
Con i gesti: con l’abbraccio, con il prenderlo per mano quando è più piccolo,
ia per tenerlo vicino a me sia per impedirgli di perdersi in un luogo affollato.
Di coccole, di sguardi, di sorrisi.
Con le parole: la nostra comunicazione è mediata dalle parole. Usiamole bene.
"Sei il solito imbecille, "Sei scemo"
sono affermazioni che lasciano un segno indelebile nella persona-bambino.
"Tu mi hai deluso, non mi sarei mai aspettato questo da te."
Si sente spesso pronunciare queste frasi dai genitori, legati ad azioni che il bambino
o il ragazzo non ha svolto in modo, secondo loro adeguato. Il giudizio che viene dato dai genitori,
però, badate bene, non riguarda il fatto, ma è un commento all’essenza di quel bambino-ragazzo.
Non dicono: quello è stato svolto in modo errato, dicono: tu sei errato, tu non vai bene,
tu non hai risposto alle idee che mi ero fatto su di te.
Riflettete bene su questo passaggio perchè è importante. Facciamo attenzione
a valutare le azioni non le essenze. Così facendo intacchiamo la loro persona
anche se diciamo queste espressioni per correggerli e perchè facciano sempre meglio.
Con i No forti e chiari.
Solo le coccole e le parole gentili, gli incoraggiamenti, non sono sufficienti.
Occorre porre dei confini entro cui il bambino può muoversi.
Si introducono a questo punto le regole educative che vanno date e richieste.
Dalle semplici regole quali:
"Non fare male a te e agli altri", al
"Non è possibile che io ti compri tutto quello che vedi per strada".
I genitori sono in questa epoca in crisi su questi aspetti. Temono talvolta di porre dei limiti
perché questi possano impedire la libertà di espressione del loro figlio. La differenza tra autorevolezza
e autoritarismo è qui fondamentale, così come i ruoli.
Il ruolo genitore non può non essere svolto e presuppone la conoscenza del bambino, dei suoi bisogni
e l’esercizio di un limite su alcuni comportamenti ritenuti non opportuni.
Il ruolo figlio è quello di accettare, brontolando, discutendo, chiedendo spiegazioni.
Si osservano spesso genitori oserei dire in ostaggio dei figli:
"Vuole questo, vuole quello, non vuol saperne di...",
genitori poco convinti della necessità di esercitare il loro ruolo di limitatori.
Non è sempre facile imporre regole, perché i figli, si oppongono, discutono, rivendicano, attaccano.
La crescita tuttavia passa anche attraverso questi continui rimaneggiamenti.
L’eccessiva indulgenza così come l’estremo rigore e controllo,
tracciano un modello educativo distorto che ha come estremo da un lato il non chiedere
e pretendere nulla dal figlio per arrivare all’estremo opposto a richiedere
al bambino di dover essere sempre e in ogni situazioni adeguato e "perfetto".
Situazioni queste, estreme, sicuramente, ma non infrequenti e questi ragazzi porteranno con sé
gli effetti di queste modalità. I primi in difficoltà a reggere le continue richieste del mondo esterno,
dalla scuola, al lavoro, al coniuge. I secondi in continua lotta contro sé stessi per essere sempre adeguati,
"perfetti", all’altezza, con sensi di colpa e di inadeguatezza sempre in agguato.
L’amore poi, può manifestarsi anche insegnando ai figli che la solidarietà, l’altruismo, la carità,
sono importanti. Così come il sostegno e l’aiuto a chi è più povero o meno fortunato.
E infine amore è insegnare la Speranza, la Pazienza, la Fiducia, il Perdono,
ma per insegnarle dobbiamo prima di tutto conoscerle e metterle in atto noi stessi.
[Silvana Garello: "Psicopedagogia dell'amore: riflessioni"]