La bocca della verità
Sono qui per introdurre il racconto di Silvana ma anche per provare a introdurci,
tutti quanti, in questo libro, per cercare di fare assieme un percorso che, attraverso una sorta di BOCCA DELLA VERITÀ ci conduca a scoprire e a conoscere non solo la trama della fiaba, ma anche i temi cardine attorno ai quali si sviluppa la vicenda e, perché no, se possiamo addentrarci nell’ambito personale, le motivazioni che hanno portato l’autrice ad esprimersi attraverso la forma della fiaba, gli effetti che la pubblicazione del libro hanno prodotto in lei e in chi il libro l’ha già letto ed altre curiosità.
Prima però vorrei fare una breve digressione sul mio essere qui, oggi.
Faccio parte di uno dei “gruppi di interesse” sorti all’interno della parrocchia dello Spirito Santo.
O forse è più giusto definirli “gruppi di passione”, perché sono nati per darci la possibilità di dedicarci alle nostre passioni profonde (musica, arte, politica, letteratura), a quei “Momenti di vita” che generano entusiasmo in noi.
Nel caso specifico, ovviamente, la letteratura. O meglio ancora la “parola scritta” e “le forme del raccontare”.
Così, senza grandi velleità, ci piace trovarci e discutere di libri, scambiarci consigli di lettura, condividere le nostre emozioni.
Ci chiamiamo IL BOSCO DI CARTA. Questo nome lo abbiamo tratto da uno dei primi libri letti e condivisi assieme, dal titolo “Lettere dello scoiattolo alla formica”: in questo libro di parla di un bosco fantastico dove il vento trasporta e distribuisce, senza mai sbagliare, le lettere che gli animali si spediscono l’un l’altro; lettere strane, bizzarre, tenere.
Si tratta di un libro di fiabe scritto per bambini ma non solo. Perché quelle lettere sono piene di un’umanità a cui gli adulti non possono essere indifferenti. E qui la prima analogia con il racconto di Silvana.
Inoltre quel libro è stato scritto da una persona che di professione non fa lo scrittore, bensì il medico per bambini in un ospedale danese. Dunque, una persona che di bambini e delle loro sofferenze se ne intende. E qui, la seconda analogia, perché Silvana, prima di essere autrice, o forse, oltre a essere autrice è medico e lavora come neuropsichiatra infantile, dunque a stretto contatto con il mondo dei ragazzi e dei loro legami con l’universo degli adulti.
Riassumendo: parleremo di un racconto di forma fiabesca scritto da un medico, che è però soprattutto una mamma.
Ho sempre pensato che fosse relativamente “facile” commentare un libro di fiabe.
Perché in genere le favole sono:
1) scritte per i bambini,
2) con un linguaggio semplice,
3) una struttura poco complessa e ben delineata,
4) personaggi ben distinti (il buono e il cattivo) e
5) immutabili nei loro ruoli (chi penserebbe mai a una Biancaneve dispettosa o a una strega altruista?!), e
6) un messaggio finale, rivolto ai bambini, che ci siamo abituati a chiamare “morale” perché serve da insegnamento, se non ammonimento o addirittura minaccia (“non dire bugie altrimenti ti cresce il naso”!).
Dopo aver letto questo racconto mi sono ricreduta!
Certo, di un racconto in forma fiabesca si tratta. E della fiaba questo libro condivide il linguaggio simbolico e l’ambientazione fantastica, che sono le chiavi per far accedere i bambini ai temi “grandi” della vita (affetti, educazione, ferite…).
Però va oltre.
È sì una fiaba, ma non solo per bambini!
Differenze rispetto alla struttura classica
Innanzi tutto si tratta di un racconto dinamico, dove i personaggi non sono statici nei loro ruoli ma si evolvono (il che non va immediatamente associato all’idea di miglioramento o perfezionamento). È un’evoluzione non lineare ma tortuosa, addirittura a volte sembrano fare dei passi indietro o fermarsi (come succede a tutti noi, nella nostra vita, che sappiamo non essere immune dagli intoppi!).
La vicenda è quella di Desideria, 8 anni, figlia di emigrati in Germania, la quale, per decisione paterna viene mandata a studiare in Italia, in un collegio (per ricevere un’istruzione italiana e non dimenticare le proprie radici, a detta del padre).
Questo distacco, di cui la bambina non si dà ragione, provoca in lei sofferenza e solitudine, desiderio di famiglia e tenerezza. Le provoca un “Buco nel cuore”.
Più aumenta la nostalgia più cresce il desiderio di recarsi alla Bocca della Verità,
monumento che aveva visitato durante una gita e che la attrae così tanto da indurla
a ricavarsi un passaggio segreto per raggiungerlo.
Certo, quella bocca fa paura ma la tentazione di infilare la mano è troppo forte e Desi cede!
Ritrovandosi così in un luogo fantastico a sorseggiare il the dell’amicizia su soffici divani;
un luogo dove i sogni si avverano e le ferite sono curate e nel quale Desideria è attirata dalla voce suadente di Nor, un nuovo “amico” della cui presenza la bambina sentirà sempre più il bisogno, tanto da non poterne più fare a meno.
Da questa esperienza la sua vita subisce uno stravolgimento che coinvolge anche le persone che le stanno intorno (le compagne di scuola, Hamed, la superiora del collegio ed i genitori)
Il tema della TRASFORMAZIONE è presente fin dalla copertina del libro, grazie alle illustrazioni di Monica.
Altra caratteristica del libro è che la definizione dei ruoli non è così netta.
Non è immediato stabilire chi è il cattivo del racconto, non è facile capire dove sta il bene e dove il male. Anzi, il libro è un percorso che ci porta a riflettere sul fatto che il MALE, a volte, si nasconde, si cela dietro sembianze insidiose, fa leva sulle nostre debolezze e solitudini.
È un male che assume tanti nomi e diverse fisionomie. E che dice di solitudini, rancori, del sentirsi abbandonati e dimenticati.
Il racconto va alla ricerca delle cause all’origine del male ed esamina anche
gli effetti e le conseguenze del male, per esempio il rischio del coinvolgimento di chi ci sta vicino (male che genera male) e si sofferma a riflettere sul fatto che nessuno di noi è immune dall’essere tirato dentro questo vortice quando rischiamo di confondere bene e male o quando i dolori restano irrisolti e ci gettano nell’ombra.
…TRANQUILLI! È una fiaba, e dunque finisce bene!
La presenza del male c’è, ma non ha l’ultima parola, non è definitiva!
È un aspetto importante che va affrontato! Nel libro come nelle nostre vite.
Per questo il tema del percorso intrapreso da tutti i personaggi del racconto è importante.
È quindi un percorso di formazione.
Dunque, oltre che per il dinamismo dei personaggi, il libro si contraddistingue dallo stereotipo della favola
perché traccia un percorso.
Ed è questo il suo messaggio!
Che di moralistico non ha proprio nulla, perché è un messaggio di speranza!
L’obiettivo infatti non è l’insegnamento finale ma la strada intrapresa.
È un percorso d’AMORE che osa parlare del rapporto genitori-figli e dell’ambito generale dell’educazione usando termini come “Sbaglio”, “Perdono”, “Aiuto”, Pazienza”, “Ascolto”.
Perché ci ricorda l’importanza dell’aiuto degli altri e del gioco di squadra, ed il coraggio di scegliere e mettersi in gioco.
Capite perché non è solo un racconto per bambini?
Perché non guarda solo alla realtà esterna ma ispezione le verità del cuore. Ed è un tema questo di fronte al quale un adulto non può non sentirsi interrogato e provocato.
È un libro di speranza perché:
1) osa parlare di un cammino impegnativo di rappacificazione (con noi stessi e con gli altri)
2) ci accompagna alla ricerca della verità. Una verità che libera.
Chiara Dezanet