Shin-he
Seconda parte
Il viaggio del dolore
Shin-he era una bella bambina con i capelli color del grano e guance rosa vellutate: un frutto estivo morbido e profumato.
Il suo balbettio ricordava lo scrosciare del ruscello sui monti dietro casa. Avevano molto atteso quella bambina ed ora era arrivata per la gioia di tutti, anche dei suoi fratelli ormai grandi.
Shin-he non amava allontanarsi da casa perché aveva paura dei rumori del bosco e della campagna, preferiva il caldo sicuro della mano di sua madre. Ogniqualvolta qualche forestiero si recava nel cortile correva a nascondersi sul solaio e guardava quanto accadeva da dietro le ante di una piccola finestra che si affacciava lì sotto.
Il babbo non poteva alzare la voce, perché la piccola, timorosa, si metteva a piangere a dirotto. “ sciocchina non devi piangere- diceva il padre- io ti voglio bene “
La madre la proteggeva sempre perché pensava che Shin-he fosse venuta al mondo proprio per essere amata e custodita in un luogo sicuro.
Quell’anno il raccolto fu molto scarso, le grandi piogge non avevano permesso ai semi di germogliare e di portare frutto. Poche spighe erano cresciute nei campi e pochi chicchi si erano annidati nel loro interno.
Il padre era preoccupato per come avrebbe sfamato la sua famiglia, ma non voleva turbare la moglie e la figlia . Dina però sapeva che l’inverno sarebbe stato duro e decise di offrirsi per lavorare nella cascina di Bertu, dove la moglie e le figlie facevano i formaggi con il latte delle bestie.
Era un lavoro duro, lo sapeva, ma avrebbe portato a casa qualche soldo per l’inverno.
Quando lo disse a Martino, era ormai decisa a cominciare, ma non aveva messo in conto la reazione di suo marito.
“ no Dina. Non andare, non voglio che tu debba fare la serva da Bertu perchè io non sono più buono a mantenerti “ e intanto lacrime amare scendevano dai suoi occhi.
“ tu sei ancora buono, marito mio, è la pioggia che non è stata buona. E’ la terra che non ha germogliato. Non dire così amor mio. “
“ Io mi sento vecchio, Dina, e vedere che tu non credi più che io possa sfamarvi per l’inverno, mi rattrista. Credi in me, Dina?”
“Sì, Martino”
“Allora, non andare. Accudisci Shin-he e anche me”
Dina si avvicinò a lui e cominciò ad asciugare quelle lacrime con il dito. I suoi polpastrelli induriti dal lavoro, solcavano le rughe del marito ed andavano a fermare quelle gocce che scorrevano come rugiada.
“No, amor mio, non piangere. Ci aggiusteremo se non vuoi, non andrò. Va bene. Proviamo ancora. “
Di lì a pochi giorni, Martino si ammalò, un male brutto e rapido se lo portò via nell’arco di una notte. Gli occhi sbarrati guardavano il soffitto. Non c’era dolore, ma una sorta di stupore. Chissà a che cosa aveva pensato e che cosa aveva visto prima di morire!”
Dina non scordò più quegli occhi meravigliati e quella bocca socchiusa. Chissà che cosa avrebbe voluto dirle, se solo fosse stata lì! Ma quella notte Shin-He aveva tanta paura e le aveva chiesto di dormire con lei.
Proprio quel mattino presto, Dina si alzò per preparare la colazione. Che strano che il focolare fosse ancora spento. Con un balzo raggiunse la sua camera da letto e il primo pensiero fu proprio quello: Martino non c’è più.
Convinta di ciò, si avvicinò al letto e quanto vide non fece che confermare quello che il suo cuore già sapeva.
E ora? Si avvicinò a lui, si inginocchiò ai piedi e cominciò ad accarezzarlo piangendo. Guardò verso quel punto in cui era diretto lo sguardo di Martino, ma non scorse nulla e allora abbassò le palpebre e baciò quegli occhi che aveva tanto amato.
Sì, il loro era stato un amore fatto di sguardi, fin dal primo incontro alla festa del paese. Lui non le aveva più tolto gli occhi di dosso, la seguiva in silenzio: solo gli occhi si muovevano in quel viso immobile.
Sempre con gli occhi lucidi, la guardò, le prese una mano e senza dire una parola si fece accarezzare il volto.
Erano sempre quegli occhi ad esprimerle quanto l’amava e quanto fosse ardente il desiderio di lei.
Tutte queste immagini passavano vorticosamente in lei, ma ora il suo Martino non ci sarebbe più stato. Quegli occhi avevano finito di adorarla, seguirla, consolarla, amarla.Un grande dolore la avvinse e la fece accasciare. Rimase così a lungo fino a non aver più lacrime. Come Maria ai piedi della croce del suo amato figlio, così Dina era inginocchiata vicino a lui, all’amore di una vita.
Fu così che li trovò Shin-he. Non disse nulla, non pianse, non si mosse. Questo fu il suo primo incontro con la morte e con il dolore. Non l’aveva mai vista ed ora era lì, davanti a lei, come un vaso di frutta invitante, come una scultura marmorea perfetta. Mise le mani in tasca e fece qualche passo avanti. Il suo sguardo andava dal babbo alla madre, registrando tutto.
“ mamma, non piangere. Papà è ancora qui non lo vedi?”
Dina alzò gli occhi: “ piccola, anch’io vorrei che fosse qui, ma il babbo non c’è più “
“ Sì, invece, ti guarda e non vuole che tu pianga, fatti forza, lui è qui e sarà sempre con te “ e con la mano paffutella, le prese il gomito e la invitò ad alzarsi.
“ non essere triste, lui sta bene”.
Fu così che Dina incontrò per la prima volta il soprannaturale, sì quella bambina l’aveva visto, ne era certa. Si asciugò gli occhi con l’angolo del grembiule e si ravviò i capelli.
“ Così mamma, ecco così”. Shin-he la prese per mano.
“ ora dobbiamo preparare bene il babbo, perché va dai suoi amici, che tanto l’aspettano e noi siamo contente se lui è contento, vero ma?”
“ sì piccola- si sforzò Dina –noi lo siamo”
Non tornarono più su quell’argomento e quasi fossero due donne cominciarono a preparare il corpo di quell’uomo che avevano amato in modi diversi, ma che era stato il centro del loro universo. Appena la notizia si diffuse nelle campagne, molti accorsero a far visita a Dina e a Martino. Chi si attendeva di vedere lacrime e disperazione, si sbagliava. Le due donne, sempre per mano, accoglievano gli ospiti con un mesto sorriso senza riuscire ad aggiungere altro, ma in cuor loro sapevano che quell’uomo aveva raggiunto i suoi amici e che avrebbe continuato ad amarle anche da quel luogo.
Da quel giorno le due donne vissero sole nella cascina del Pascolo Alto.
Il figlio maggiore Pietro, andava ad aiutarle nel lavoro dei campi, ma questo non bastava. Dina decise allora di vendere i terreni e comprare una piccola casa a valle.
Non sarebbero state sole e avrebbero cominciato a lavorare: era giunta l’ora di farlo.
Ma che cosa sapeva fare, oltre ai lavori dei campi?
Sapeva ricamare.
I soldi ricavati dalla vendita sarebbero finiti presto e bisognava fare qualcosa. Decise che avrebbe fatto la Merlettaia. Con gli ultimi risparmi comprò fili e stoffe.
Di mattino presto, quando Shin-he ancora dormiva, andava da Bertu a fare i formaggi. Tornava all’ora di pranzo.
La bambina aveva riassettato la casa ed era andata a scuola .
Nel pomeriggio tutte e due ricamavano. Le loro dita si muovevano agili e svelte sulle organze e sulle sete e in modo sapiente riempivano i vuoti con fiori sgargianti, uccelli migratori, frutta succosa.
Avevano un gran talento.
All’inizio, molti compaesani andavano a comprare i pezzi ricamati per compassione di loro e del loro destino.Le due donne lavoravano sodo per mangiare. Ben presto però l’eco dei loro ricami giunse lontano. Erano molto belli e guardarli ti ammagliava.
Sembrava che le figure disegnate ad un tratto si animassero e che sulla stoffa immacolata si svolgessero tutte le scene che le due donne realizzavano punto dopo punto con il loro piccolo ago.
A chi chiedeva il motivo di tanta meraviglia, la madre rispondeva: “ è merito di Shin-he”.
Fin da quando la madre aveva insegnato alla figlia a ricamare i primi punti con l’ago e i fili aveva notato in lei una particolare attitudine all’obbedienza e alla esecuzione rapida e precisa. Si dimostrava ogni giorno più abile e svelta tant’è che la madre cominciò ad affidarle alcuni piccoli lavori da fare da sola con le clienti. Cominciò col disegnare le iniziali della signora Blochi sui fazzoletti del corredo.
La mamma aveva disegnato su di un foglio di carta le due lettere iniziali. Non ebbe il tempo di voltarsi che già Shin-he le aveva cambiate, risistemate raggiungendo con quelle semplici lettere una immagine molto migliore della sua.
Dina cominciò da quel giorno a lasciare la figlia ancora più libera di inventare: aveva idee talvolta migliori delle sue, le mancava solo quell’esperienza che le derivava dagli anni di pratica.
Fu sempre Shin-he a proporre alla madre di confezionare per loro due un abito da lavoro e un abito per accogliere le clienti. Dovevano avere una divisa, quello ormai era diventato il loro lavoro, una occupazione. Il vestito per accogliere le clienti era semplice, azzurro di mussola. I polsini e il colletto però erano bianchi, appena appena inamidati e su di essi Shin-he aveva disegnato una cornice di fiorellini gialli. Erano vestite semplicemente, ma quei particolari dovevano essere il loro biglietto da visita, la piccola vetrina da mostrare alle clienti. Tutte le settimane le due donne sostituivano i polsini e il colletto con altri diversi per colore e per ricami.
La loro vita trascorreva sobria, scuola, lavoro, messa la domenica. Talvolta i fratelli venivano a far loro visita, senza trattenersi troppo.
Shin-he era allegra e serena, sembrava veramente amare questa vita semplice.
I ricami di Shin_he
Dopo parecchi mesi di lavoro semplice, Shin-he chiese alla madre di provare a disegnare qualcosa di più complicato. Dina credeva nelle capacità della figlia ma era ancora dubbiosa, così dietro alle insistenze della ragazza le diede il permesso di essere presente al momento in cui le clienti venivano a commissionarle il ricamo a condizione però che rimanesse zitta, in silenzio senza intromettersi nella contrattazione.
A Shin-he non dispiacque questa proposta e accettò.
Il giorno successivo, appena si presentò una nuova cliente, la ragazza non si schiodò più dal fianco della madre.
La signora Bertolet voleva una tovaglia ricamata da regalare alla sua padrona.
Avrebbe voluto qualcosa d’effetto, per ingraziarsela, ma era indecisa su che cosa fare. Dina le domandò pazientemente se fosse a conoscenza di qualche abitudine o preferenza della donna. La cliente non riusciva a ricordare nulla, voleva solo fare bella figura e avere la possibilità di ottenere un posto di lavoro per la figlia.
Ad un tratto la donna ricordò che la padrona amava i cani e la caccia e sopra ogni cosa la caccia alla volpe. Per Dina questo poteva essere un soggetto su cui ragionare. Avrebbe preparato degli schizzi per la prossima settimana e se fossero stati accettati dalla cliente, avrebbero iniziato subito il ricamo.
Appena la signora Bertolet uscì dal laboratorio, Shin-he sorrise.
“ Ma', posso provare io a disegnare? ,dai ma', fammi provare”
La madre la squadrò a lungo poi acconsentì.
La ragazza si mise al lavoro. Aveva un talento naturale anche per il disegno. Riga dopo riga, provando e riprovando, ultimò lo schizzo. Quando Dina lo vide, rimase meravigliata. Era proprio bello, sembrava veramente che i cani si muovessero ad inseguire la volpe e così pure i cavalli. Quando la signora Bertolet vide lo schizzo, acconsentì. Avrebbero potuto ricamarlo ai quattro angoli della tovaglia e al centro .
Dina copiò il disegno sulla stoffa. Stava cominciando a tracciare lo schizzo centrale quando Shin-he intervenne.
“ Perché anziché disegnare un solo disegno centrale, non li ripetiamo sulla stoffa tutt'intorno seguendo una linea ovale immaginaria. Così sembrerà che i cani rincorrano veramente la volpe “
L’idea era buona e Dina fece come aveva detto la ragazza.
Ogni sera Dina si addormentava serena e pensava ai talenti di questa figlia avuta già nella vecchiaia.
Chissà come sarebbe stato contento di lei Martino. Sì, tutto era cominciato dopo la morte del marito, per loro era cominciata una nuova vita.
I disegni erano ormai tracciati, ora bisognava scegliere i colori per i fili e i punti da ricamare.
Di nuovo la ragazza chiese alla madre di provare a farlo da sola .
“ Lascia a me sola questo lavoro”
Dina acconsentì con l’accordo che avrebbe contribuito anche lei al ricamo se il lavoro fosse andato a rilento. Avevano una data per la consegna e dovevano rispettarla.
Shin-he aveva preso molto sul serio questo impegno.
Dopo la scuola, si sedeva al suo posto e ricamava. Punto dopo punto le immagini prendevano forma. La madre la osservava in silenzio. Era assorta e mentre ricamava, a tratti, sussurrava qualcosa che Dina non riusciva a sentire. Dopo alcuni giorni la madre non si trattenne più. “ Ma che cosa borbotti mentre ricami? Ehi, non hai sentito che parlavo con te”
“ No, ma', scusa”
“ Allora, vuoi dirmi che cosa borbotti?”
“ Preferirei di no, vedi, tu non capiresti.”
“ Come è possibile, sono tua madre”
“ Sì, lo so, ma.. e che.. non so se voglio dirtelo”
La madre si voltò imbronciata e con una curiosità ancora più grande.
“ Beh, se non vuoi, non importa. Parla pure da sola, io andrò di là a cercare qualcuno con cui chiacchierare “
Nei giorni seguenti il viso di Dina era sempre più cupo, non tollerava che la figlia potesse non volere dividere con lei quel mistero. Ma era un mistero?
Fu per liberarsi dalle insistenti domande della madre che alla fine Shin-he giunse ad un accordo
“ Quando il lavoro sarà finito te lo dirò”
Il ricamo venne fatto e la tovaglia conclusa. Quando la signora Bertolet venne a ritirare il lavoro, si fermò a guardarlo a lungo
“ Dina, avete fatto un capolavoro. Mentre lo guardo, mi sembra di essere nel bosco con i cani, di sentire i loro latrati e di vederli correre. “
L’abbracciò commossa. Fu allora che la madre chiamò Shin-he che raggiunse le donne sistemandosi vicino a Dina.
“ Signora Bertolet, mia figlia ha fatto tutto il lavoro e il merito è suo se è riuscita ad accontentarla”
La cliente, prese la ragazza sotto braccio e la ringraziò a lungo “ la mia padrona lo apprezzerà sicuramente e così sarà anche generosa con me”.
Il giorno stesso la signora Bertolet chiese udienza alla sua padrona, per consegnarle il dono. La ricca signora era abituata a ricevere regali e con distacco e sufficienza guardò la sua governante e il pacco che teneva con sé.
La donna, non si intimorì, si fece avanti e le chiese di guardare almeno di che cosa si trattava.
La padrona, stupita e anche spazientita dalla richiesta ricevuta, la squadrò da sopra gli occhiali. In fondo che cosa le costava guardare quel regalo. Sapeva che si trattava di una tovaglia . Aveva bauli pieni di biancheria ricamata.
Aprì il pacco, spiegò la tovaglia, la guardò a lungo. A volte sembrava esserci un sorriso altre un’ombra sul suo volto.
“ Che succede padrona?”
“ Clara, stavo guardando la volpe ed è come se sentissi anch’io la paura di quella creatura braccata dai cani. Ma chi ha fatto un ricamo così vero, che mi sembra di essere anch’io là nel bosco.
“E’ la merlettaia del fondo valle”
“ Clara, questo è il dono più bello, che emozione! e ...tutto in un ricamo!”
La governante soddisfatta guardava la padrona che non riusciva a staccare gli occhi dalla tovaglia.
“ come ti è venuto in mente di farmi questo regalo?”
“Beh, all’inizio volevo farvi un dono che mi permettesse di fare bella figura e di ingraziarmi il vostro buon cuore. Ora sono contenta di vedervi felice e tutto il resto pare non conti più per me. Sono stata ripagata dal vostro sorriso e da queste lacrime di commozione.”
Clara si inchinò e fece per andarsene
“ aspetta- riprese la padrona- grazie. So che desideri che tua figlia venga a servizio da me . Dille di cominciare domani e poi… e poi… fammi incontrare la ricamatrice.”
Il segreto di Shin-he
Ben presto tutta la piccola valle venne a sapere della tovaglia, della commozione della vecchia signora, delle ricamatrici.
Questo parlare accrebbe la curiosità dei paesani verso queste due donne così riservate.
Non passava giorno che il laboratorio venisse frequentato da nuove clienti o semplicemente da persone curiose.
Ben presto la madre, osservando gli sguardi delle persone, si accorse che non tutti i lavori esposti nel negozio suscitavano lo stesso interesse.
I ricami di Shin-he, soprattutto gli ultimi, erano i più apprezzati.
Sembrava che la gente non si stancasse di osservarli e le sembrava anche di scorgere sui loro volti mutevoli e repentini cambiamenti di espressione.
Dina era contenta ed orgogliosa del talento della figlia, che cercava di sottrarre anche alla curiosità morbosa di alcuni.
Una sera. Erà già buio, si fermò a guardare i ricami. Un turbinio di emozioni si impossesso’ di lei.
Guardando l’uva sul tovagliolo le pareva di sentire l’acino succoso sciogliersi in bocca . Guardando i fiori del lenzuolo le sembrava di sentire il profumo dei campi e il primo caldo di una giornata di primavera. Sì, questi ricami avevano qualcosa di diverso dai suoi: sapevano suscitare emozioni diverse e profonde.
O meglio, sapevano svegliare vecchie emozioni. Era la nostalgia a farsi strada in chi li guardava.E in ognuno si affacciavano ricordi passati, frasi udite o sussurrate, volti amati o temuti, riposti ormai da tempo nei cassetti della memoria.
Dopo quella notte, Dina interrogò nuovamente Shin-he .
Decisero di prendersi un giorno di vacanza per ritornare a far visita alla vecchia casa del Pascolo Alto. Shin.he era allegra, non si spostava mai dal piccolo paese.
Dopo di loro, nessuno era più stato laggiù, nessuno aveva più abitato quella casa, passeggiato in cortile o seminato nell’orto.
Erbacce alte crescevano tutt’intorno. I vecchi ricordi erano ancora vivi nelle due donne. Ogni angolo serbava qualche piccolo aneddoto. Le voci di quella che era stata la loro famiglia risuonavano nell’aia e nelle stanze.
Anche la luce del sole infilandosi fra le imposte andava ad illuminare qualche ricordo nascosto.
Shin-he guardava tutto senza parlare. Si faceva strada fra gli arbusti consapevole di ritrovare qualcosa di sé.
Ad un tratto si fermò e cominciò a chiamare ad alta voce “ Papà, papà, se ci sei, vieni a salutarci “
Stette in ascolto a lungo poi “ non c’è più, dovremo cavarcela senza di lui “
Era ormai mezzogiorno. Le due donne cercarono un posto all’ombra per consumare il loro pranzo.
Fu allora che la madre ruppe il silenzio che regnava fra loro fin dal mattino.
“ piccola, il lavoro della signora Bertolet è terminato. Mi dicesti che mi avresti spiegato il perché di quel borbottio e di quelle parole sussurrate.”
“ E’ vero, mamma. E’ arrivato il momento.
Quando inizio un nuovo ricamo, penso che il mio compito non sia solo quello di tracciare punti con l’ago e il filo sulla stoffa, ma anche di far provare qualcosa a chi guarderà e userà i pezzi ricamati.”
“ E allora”
“ E allora mi sono domandata, come posso fare ?non trovavo risposte poi ho pensato: cominciamo così,Shin-he , mi sono detta, ama il lavoro che fai, fallo con cura. Il filo sarà il tuo amore per questo lavoro, per chi te l’ha ordinato e per chi lo guarderà. E ho cominciato a fare così.
Ricamavo e sottovoce sussurravo i miei grazie alla signora Bertolet che mi aveva permesso di ricamare i cani e che avrebbe portato questa tovaglia fuori di qui,in altre case. Proseguivo dicendo anche grazie a te che mi avevi insegnato a ricamare e avevi comprato i fili e la stoffa.Mi sentivo proprio bene e molto grata.
Sono andata avanti così e tutte le sere ringraziavo Gesù e Maria che mi permettevano ogni giorno di amare la vita . Man mano che il lavoro proseguiva ho cominciato a pensare e sentire che cosa avrebbero potuto provare i cavalli, le volpi. Mi immedesimavo nel personaggio che ricamavo fin quasi a sentire fisicamente il battito del suo cuore, il sudore, la paura, la libertà.
L’ho fatto con i cani, i cavalli, la volpe e ogni punto era intessuto di amore e ringraziamento e in ogni punto ero io unita a loro sulla stoffa.
Talvolta questi pensieri diventavano parole sussurrate. Era questo che sentivi senza capire, vero ma'?”
“ Sì può essere. Ma tu dici che è solo questo che rende i tuoi lavori così speciali?”
“ Sì, ma, ogni filo diventava una fibra di quell’animale, dell’erba, del bosco. Ogni punto ricamato vibrava dell’emozione concitata di una caccia. Una parte di me fa vivere quei disegni, ma', ed è come se io mi perdessi in loro.
Ora non ci penso più, lo faccio e basta, spontaneamente, mi viene così e mi piace.
Non sei convinta, ma'? Facciamo un esperimento: il nuovo colletto della signora Tarsi lo farò nei due modi, nel vecchio e in questo e poi vedremo. Va bene ?”
“ devi proprio convincermi, va bene “
Tornarono a valle, a casa e al laboratorio. Il giorno seguente avrebbero fatto la prova.
Il primo colletto era rimasto bello, ben eseguito, ma era muto.
Il secondo era altrettanto bello e in più faceva vibrare il cuore di chi lo guardava.
Dina osservò a lungo i due lavori e dovette ricredersi. Era proprio vero. Qualcosa di impalpabile attraversava i fili e la stoffa fino ad arrivare al profondo dell’anima, e un semplice ricamo poteva suscitare ricordi, gioie, dolori.
Sì, qualcosa di vivo passava da Shin-he alla stoffa.
Dina non svelò mai questo segreto e anzi lo fece suo, provò e riprovò a fare come le aveva detto la figlia. L’una continuava ad imparare dall’altra. Shin-he apprendeva punti nuovi e Dina ascoltava i sussurri d’amore semplice e spontaneo rivolti a semplici fili e imparava ad amare sempre di più.
Terza parte: Il viaggio della gioia
Quarta parte: Il viaggio del perdono
Quinta parte: Il viaggio della riconciliazione